Condividiamo il contributo a cura della giornalista e autrice Laura Tussi

Pace e disarmo, la sfida del nostro tempo:
costruire la democrazia contro la subcultura della guerra.
Ma l’Europa va da un’altra parte 

Mentre il mondo attraversa una delle stagioni più tese degli ultimi decenni, tra conflitti aperti, riarmo e crisi del diritto internazionale, torna centrale una domanda che riguarda il futuro dell’umanità: è possibile costruire una sicurezza fondata sulla pace anziché sulla forza? Questa riflessione interpella la politica, le istituzioni e la società civile, ma l’Europa, a dispetto delle sue radici cristiane, sembra voler imboccare decisamente una direzione opposta. E la presidente della Commissione Europea ha voluto ribadirlo ancora poche ore fa.

Il Piano ReArm Europe, conosciuto anche come Readiness 2030, è stato proposto dalla Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen e consiste in una mmobilitazione di fondi fino a circa 800 miliardi di euro complessivi tra finanziamenti comunitari e investimenti nazionali, con l’intento dichiarato di ridurre la dipendenza militare dagli Stati Uniti e rispondere alle tensioni geopolitiche, in primis legate alla guerra in Ucraina. 

La riflessione sul destino dell’umanità contemporanea si scontra inevitabilmente con una dicotomia fondamentale: da una parte la complessità, lenta e faticosa, della costruzione della pace; dall’altra la distruttività immediata della logica bellica. In un’epoca segnata da crescenti tensioni geopolitiche e da una nuova corsa agli armamenti su scala globale, il pensiero critico non può limitarsi alla constatazione dei fatti: è chiamato a trasformarsi in responsabilità civile, denuncia delle cause dei conflitti e proposta concreta di cambiamento.

La democrazia come responsabilità quotidiana

La democrazia non è un patrimonio acquisito per sempre, ma un processo in continua costruzione. Vive della pazienza del confronto, del rispetto delle regole, della tutela delle minoranze e della partecipazione consapevole dei cittadini. È proprio questa complessità a renderla preziosa.

I regimi autoritari, al contrario, promettono soluzioni semplici a problemi complessi. Lo fanno comprimendo il dissenso, limitando le libertà fondamentali e trasformando il pluralismo in obbedienza. Quando il dialogo viene sostituito dalla forza, la persona perde la propria dignità di cittadino e rischia di diventare soltanto uno strumento del potere. Difendere la democrazia significa quindi difendere lo spazio del confronto, della critica e della solidarietà.

Dal riarmo alla spirale della violenza

Il dibattito internazionale continua a essere dominato dal paradigma della deterrenza: più armi, maggiore sicurezza. Eppure la storia del Novecento e dei conflitti contemporanei mostra come l’accumulo di arsenali raramente elimini le cause delle guerre, mentre aumenta il rischio di escalation e rende più fragile la pace.

Il disarmo e la smilitarizzazione non rappresentano un’illusione ingenua, ma un obiettivo politico di lungo periodo che richiede negoziati, fiducia reciproca e il rafforzamento delle istituzioni internazionali. Ogni investimento destinato agli armamenti è anche una scelta che sottrae risorse alla sanità, all’istruzione, alla ricerca e alla protezione sociale: ambiti dai quali dipende la sicurezza autentica delle persone.

La forza rivoluzionaria della nonviolenza

La nonviolenza non coincide con la passività né con la rinuncia alla giustizia. È un metodo di trasformazione dei conflitti che rifiuta di riprodurre la violenza dell’avversario e cerca soluzioni fondate sulla dignità umana, sul dialogo e sul diritto.

Da Gandhi a Martin Luther King, fino alle tante esperienze contemporanee di mediazione e riconciliazione, la storia dimostra che la nonviolenza richiede un coraggio straordinario: quello di interrompere la catena dell’odio senza rinunciare alla difesa dei diritti. Riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana resta il fondamento etico indispensabile per ricostruire una convivenza internazionale più giusta.

Dalle parole ai fatti: un’agenda per la pace

Se la pace è un’opera quotidiana, allora non può essere affidata soltanto ai governi. Le istituzioni internazionali sono chiamate a rilanciare il ruolo della diplomazia e del diritto, mentre gli Stati devono promuovere il controllo degli armamenti, la cooperazione e la tutela dei civili nei conflitti. Ma anche le università, le scuole, i media, le associazioni e le comunità religiose hanno una responsabilità decisiva nel diffondere una cultura della nonviolenza e del dialogo.

La pace è più difficile della guerra perché richiede giustizia, ascolto e partecipazione. Proprio per questo rappresenta la scelta più alta della politica e della civiltà. Nell’attuale scenario mondiale, costruire ponti invece di alimentare contrapposizioni non è un gesto di debolezza, ma la condizione necessaria per restituire un futuro alle nuove generazioni.

What's your reaction?
Thank you for your vote!
Post rating: 0 from 5 (according 0 votes)

Aggiungi Un Commento

Rimani sempre aggiornato

Cambia il pianeta insieme a noi, rimani informato con la newsletter VAS

Powered by: nabo.digital © 2026. All Rights Reserved.

vai su