Condividiamo la recensione di Vittorio Agnoletto sul libro della nostra collaboratrice Laura Tussi, scritto insieme a Fabrizio Cracolici.
La trama viva del futuro: pedagogia del dialogo e resistenza nonviolenta
nel nuovo libro di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici “Narrazioni di pace” edito da Tau
di Vittorio Agnoletto
Nel percorrere il sentiero accidentato del nostro tempo, segnato da polarizzazioni crescenti, rigurgiti razzisti e dal ritorno inesorabile della logica bellica e genocidaria, sento l’urgenza di fermarmi a riflettere su cosa significhi, oggi, parlare di pace. Non si tratta di invocare un’utopia astratta o di affidarsi a un pacifismo di facciata, buono per determinate occasioni e sterile di fronte alle tragedie della storia. Al contrario, la pace richiede un radicamento profondo, un lavoro quotidiano di cesello che interroga le nostre coscienze e le nostre istituzioni.
È questa la prospettiva che attraversa con forza l’opera e il pensiero di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, sviluppata in testi fondamentali come Il dialogo per la pace. Pedagogia della resistenza contro ogni razzismo (Mimesis) e nel più recente Narrazioni di pace. Voci, idee e pratiche per un mondo senza guerra (Tau Editrice).
Accostarsi alla riflessione dei nostri due autori e attivisti per la pace significa intraprendere un viaggio rigoroso e appassionato dentro una pedagogia che unisce il rigore dello studioso all’impegno civile, offrendoci gli strumenti per decodificare il presente e immaginare un futuro differente.
Il primo e più solido pilastro di questo impianto teorico risiede nella centralità della pedagogia interculturale ed educativa. Quando guardiamo alla scuola e agli spazi deputati alla formazione, non possiamo ridurli a meri luoghi di trasmissione di nozioni. Essi sono, o dovrebbero essere, i primi laboratori democratici in cui si impara a decostruire il pregiudizio e a disinnescare la paura del “diverso”. Fin dalla giovane età, il soggetto viene esposto a narrazioni tossiche che alimentano l’incomprensione e la radicalizzazione identitaria. In generale i nostri due attivisti pacifisti ci ricordano che educare alla pace significa, prima di tutto, insegnare a pensare criticamente, a smontare le retoriche dell’odio e a praticare un ascolto che non sia tolleranza passiva, ma accoglienza attiva dell’altro. La scuola diventa così il presidio irrinunciabile per restituire dignità alla relazione umana, sottraendola alla logica dello scontro.
Tuttavia, educare non basta se non si accompagna l’azione con la pratica della Resistenza. È qui che il pensiero dei nostri due autori si salda al monito immortale di Stéphane Hessel, partigiano e deportato, che ci ha lasciato in eredità un imperativo categorico: “Creare è resistere, resistere è creare”.
Pedagogia della Resistenza e Pedagogia Creativa non sono un esercizio nostalgico rivolto esclusivamente al passato, ma un’attitudine viva e vibrante nel presente. Significa opporsi quotidianamente, con i mezzi della nonviolenza da Gandhi a Mandela, alle ingiustizie strutturali, alle disuguaglianze economiche e sociali e alle nuove forme di discriminazione che attraversano le nostre società opulente.

La nonviolenza attiva che è soprattutto disarmo nucleare - per cui i nostri due attivisti si spendono soprattutto con il tramite della denuncia scritta e con la Campagna ICAN, Premio Nobel per la pace 2017 per il disarmo nucleare universale, di cui sono membri attivi – non è debolezza o rinuncia alla lotta, ma la forma più alta e radicale di coraggio politico: un metodo rigoroso per trasformare i conflitti armati senza distruggere l’avversario, ma per riaffermare i diritti umani calpestati e per costruire istituzioni giuste.
In questo orizzonte, il dialogo interculturale trova il suo fondamento ontologico nel riconoscimento dell’unica razza umana. Superare le barriere fittizie del nazionalismo e del suprematismo significa ritrovare il senso profondo dell’appartenenza a un’unica grande famiglia. Risuona qui, con una forza inalterata, il monito di Vittorio Arrigoni: “Restiamo Umani”. Un grido di giustizia e amore che non è solo un atto di solidarietà, ma un richiamo etico inderogabile. La memoria dell’antifascismo storico, della lotta di liberazione e della memoria delle deportazioni politiche e razziali non è mai un rituale stanco o una celebrazione retorica, ma la bussola che orienta il nostro sguardo sul presente. Memoria e attualità si fondono: ricordare chi ha lottato, donne e uomini contro la tirannide di ieri, serve a ripudiare con fermezza tutte le guerre di oggi, a rifiutare la spinta del riarmo e a denunciare la complicità silenziosa di fronte ai massacri del nostro tempo.
Infine, questa architettura di pensiero non rimane confinata nel perimetro della speculazione intellettuale, ma si incarna nel valore civile e associativo. L’impegno che passa attraverso reti come l’A.N.P.I., le associazioni culturali e il volontariato diffuso ci dimostra che la pace si costruisce solo dal basso, tessendo legami di comunità. Non è compito di singoli eroi, ma frutto di una corresponsabilità collettiva. Trasformare la pace in una pratica concreta di giustizia e nonviolenza significa uscire dall’isolamento, fare rete, dare voce a chi non ha voce e sottrarre il futuro alla dittatura del fatalismo bellico.
Leggere e attuare i percorsi di narrazione della pace significa, in ultima analisi, accettare la sfida più alta del nostro tempo: dimostrare che un’alternativa alla barbarie non solo è auspicabile, ma è già in cammino nelle pratiche quotidiane di migliaia di donne e uomini che scelgono, ostinatamente, di rimanere umani.
Vittorio Agnoletto
