Articolo tratto da “Economia Ecologica” rubrica a cura di Silvano Falocco, pubblicato su NVA 5-6 settembre-dicembre 2025
La guerra contro la natura
A cura di Silvano Falocco
Ogni guerra non uccide solo le persone – donne, uomini, anziani, giovani e bambini – ma devasta la natura, trasforma l’ambiente in modo irreversibile, inquina i terreni per decenni, distrugge la biodiversità, colpisce tutte le infrastrutture ambientali con conseguenze inenarrabili.
Anche il cinema se ne è accorto con il capolavoro filosofico “La sottile linea rossa” di Terrence Malik che, nel 1998, ci regala una profonda riflessione sull’orrore della guerra e sull’estati muta della natura.
La distruzione di Gaza, come evidenzia lo studio dell’UNEP “Environmental Impact of the Esclation of the Conflict inthe Gaza Strip”, è la testimonianza pratica di un vero e propio ecocidio.
Lo studio stima che, a Gaza, fino a Luglio 2025, ci siamo state 61.471.996 tonnellate di macerie, che richiederebbero, per un carico di 20 tonnellate a TIR, 3.073.600 viaggi. In 25 anni sarebbero necessari 122.944 viaggi di TIR a pieno carico all’anno, ovvero 336 carichi al giorno. Se suddividessimo i carichi in 3 turni di 8 ore (3 ore almeno di carico e scarico, 5 ore di trasporto) servirebbero 112 TIR al giorno pronti a lavorare 24 ore al giorno. In sintesi, avendo 112 Tir a disposizione, e non è poco, servirebbero 25 anni solo per portare vie le macerie, non per ricostruire. Tra mezzi, impianti e persone occorrerebbero 53 miliardi di dollari, circa 2,1 miliardi l’anno. Solo per le macerie provocate dal genocidio.
Andrebbe però considerato, per la sua rilevanza, il tema dell’acqua necessaria alla vita. Già prima dell’inizio dei bombardamenti di massa di Netanyahu il consumo di acqua pro capite dei palestinesi, nella striscia di Gaza, era di 141 litri/anno, ben al di sotto dei 150 litri/anno considerati il “minimo vitale” dall’OMS.
Il governo israeliano ha distrutto, secondo l’Unep, il 60,7% delle infrastrutture idriche e degli impianti di desalinizzazione e trattamento delle acque, l’83,3% degli impianti di stoccaggio idrico, diminuendo dell’84% la capacità idrica di Gaza. Come fornire acqua potabile, acqua per uso igienico sanitario a circa 2 milioni di persone, contando i 100.000 morti e chi è riuscito a fuggire? Saranno necessari investimenti incredibilmente alti per ripristinare le infrastrutture necessarie alla distribuzione dell’acqua.
Infine c’è il tema del cibo e della produzione agricola.
Due anni di bombardamenti hanno distrutto, secondo l’UNEP, il 64-70% delle colture arboree (ulivo su tutti), il 95,1% della macchia mediterranea, l’89% dell’erba incoolta. Un tracollo della biodiversità che si presenta come un cataclisma.
Inoltre, solo l’1,5% delle terre agricole (si tratta di 232 ettari) è concretamente accessibile per essere coltivato e produrre cibo. Una popolazione che rischia di essere, per sempre, “assistita” e dipendere da qualche paese, per i cosiddetti aiuti umanitari. Per non parlare della perdita di salute che ne consegue.
La guerra che noi immaginiamo essere contro le persone, e in effetti lo è sempre, per definizione, è sempre anche contro la natura, contro la sua capacità di produrre prosperità e benessere.
