Articolo pubblicato in NVA 5-6 settembre-dicembre 2025

COP30: due settimane di caos climatico, aspettative disattese e voci della società civile

Il commento di Greenpeace dopo la Conferenza di Belém
A cura di Federico Spadini, Greenpeace Italia

La COP30 – la trentesima edizione dei negoziati annuali delle Nazioni Unite sul clima – si è conclusa con un tentativo dell’ultimo minuto di intervenire sulla questione delle foreste e un passo falso sulla graduale eliminazione dei combustibili fossili. Per capire come si è arrivati a questo risultato di poco valore, proviamo a ripercorrere cosa è successo a Belém, in Brasile, nelle due settimane di Conferenza.

La prima settimana dei negoziati sul clima in Amazzonia è stata segnata da un cauto ottimismo, con proposte di piani per proseguire sulla strada del phase-out dei combustibili fossili e sulla protezione delle foreste. A metà percorso, la società civile – tra cui Greenpeace – si è unita alle popolazioni indigene e ai loro alleati per marciare per le strade di Belém, chiedendo un cambiamento e invitando i propri governi a intensificare gli sforzi in materia di clima durante l’ultima settimana di negoziati. Ma la passione dimostrata dalle persone per le strade non si è tradotta in coraggio e ambizione dove si tenevano i negoziati.

La prima COP nella foresta pluviale amazzonica, infatti, era attesa da tempo come un punto di svolta, con l’obiettivo di definire un piano d’azione per porre fine alla distruzione delle foreste entro il 2030 e un piano di risposta globale per colmare il divario rispetto all’obiettivo di contenimento della temperatura media entro 1,5 °C.

Tuttavia, nonostante l’obiezione sollevata durante la plenaria finale dalla Colombia e da altri paesi latinoamericani sulla mancanza di progressi nella mitigazione dei cambiamenti climatici, l’accordo finale non ha prodotto nessuno dei due risultati sperati.

Ma c’è di più, dato che si è fatto ben poco per promuovere la finanza per il clima e per spingere i Paesi più sviluppati a impegnarsi a stanziare fondi pubblici per gli anni a venire. Quello che era iniziato con grandi speranze e promesse si è concluso senza alcun piano d’azione concreto per porre fine alla distruzione delle foreste e all’uso dei combustibili fossili. Le divisioni geopolitiche e gli interessi dei miliardari, degli inquinatori climatici (come le aziende fossili) e dei distruttori della natura (come le industrie e le aziende del settore del- la carne) hanno nuovamente avuto la meglio sulle migliaia di persone che chiedevano a gran voce un intervento nelle strade di Belém.

In tutto questo, il ruolo del governo italiano è stato quello di sabotare l’ambizione dei negoziati sul clima. Lo si è visto già dall’inizio, con l’assenza di Giorgia Meloni in Brasile, e con i discorsi di Tajani, inviato dalla Presidente del Consiglio, che ha portato l’ormai classica retorica della “neutralità tecnologica”, che altro non è che un modo per continuare a giustificare l’inazione e a suggellare la dipendenza fossile del nostro Paese, favorendo gli interessi delle grandi aziende del petrolio e del gas come ENI. E mentre nel nostro Paese si verificava l’ennesimo drammatico evento climatico estremo, con l’alluvione in Friuli Venezia Giulia – in cui Greenpeace ha portato solidarietà, supporto alle comunità e il suo messaggio di denuncia che chiede al governo di far pagare i responsabili della crisi climatica – l’Italia era tra i Paesi europei a non appoggiare la creazione della roadmap per il phase-out dei combustibili fossili, che alla fine non è andata in porto.

La COP30 ha provato a fissare standard elevati, per poi rivelarsi una delusione alla fine, ma il risultato deludente non rende giustizia a tutto ciò che è accaduto a Belém: la più grande partecipazione indigena a una COP sul clima e le spettacolari proteste organizzate dalla società civile, che continua a chiedere azioni a favore delle persone e del pianeta fino a quando non sarà raggiunta la giustizia climatica. Dopo tre anni consecutivi in cui è stato necessario attenersi a rigide linee guida per garantire la pacificità delle proteste e delle azioni durante le COP, la voce delle persone è tornata a farsi sentire in Brasile, primo stato democratico ad ospitare la Conferenza da qualche anno a questa parte. Dalle performance artistiche creative ai cortei per strada fino alle flotte di imbarcazioni, la società civile ha fatto sentire la propria presenza sia all’interno che all’esterno della sede della COP.

La COP31 del prossimo anno si terrà in Turchia, nella città costiera di Adalia, con la presidenza condivisa con l’Australia. Sappiamo già che sarà un’altra dura battaglia contro chi fa gli interessi delle aziende dei combustibili fossili, ma sappiamo anche che l’azione per il clima non può trovare spazio solo nei grandi meeting delle Nazioni Unite, ma richiede l’impegno costante dei governi e delle aziende, sotto la pressione di cittadine e cittadini sempre più informati, interessati e attivi.

Per questo motivo continueremo ogni giorno a richiedere a gran voce giu- stizia climatica e sociale, per il pianeta e per tutte le persone che lo abitano.

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