Ora la guerra risveglia Big Oil e i colossi fanno profitti stellari

Rincari e sanzioni fanno volare i conti: per la prima volta da 11 anni i dividendi superano gli investimenti

DI NICOLA BORZI, IL FATTO QUOTIDIANO, 9 MAGGIO 2022

A Big Oil la guerra non dispiace. Come già avvenuto nel 2003 con l’invasione statunitense dell’Iraq, le multinazionali del petrolio festeggiano profitti stellari dopo l’attacco della Russia contro l’Ucraina che ha dato ulteriore spinta ai prezzi del greggio. Dopo il crollo per la pandemia che le aveva portate addirittura in negativo, grazie alla ripresa economica le quotazioni del Wti statunitense e del Brent europeo erano tornate a salire con prepotenza già prima del 24 febbraio, quando Mosca ha lanciato l’“operazione militare speciale” contro Kiev. Il conflitto in Europa orientale per ora ha stabilizzato i corsi del petrolio in una fascia che oscilla intorno ai 110 dollari al barile, con un rialzo del 60% nell’ultimo anno. A questi valori, le imprese del settore realizzano enormi utili industriali. Ma la situazione non vale per tutte le aziende petrolifere e potrebbe non durare a lungo, perché il balzo dell’inflazione, le tensioni geopolitiche e la ripresa dei lockdown in Cina hanno spento la ripresa in Europa e negli Stati Uniti. Il mondo rischia così di piombare in un periodo di stagflazione, la recessione contrassegnata da un alto aumento dei prezzi, che finirebbe per incidere anche sulle prospettive del settore.
Mentre l’Ucraina porta la croce delle vittime e delle distruzioni della guerra, c’è già chi canta vittoria. Non Putin, ma gli azionisti delle maggiori compagnie petrolifere mondiali che passano all’incasso. Nonostante ingenti svalutazioni delle proprie attività in Russia, secondo le trimestrali al 31 marzo scorso sette delle più grandi multinazionali del greggio in media hanno triplicato i profitti netti rispetto a un anno fa. L’Eni li ha aumentati addirittura di dieci volte, da 0,3 a 3,3 miliardi di dollari. La statunitense Chevron li ha più che quadruplicati a 6,3, la francese Total li ha triplicati a 9 miliardi. ExxonMobil, altro gigante Usa, li ha raddoppiati a 5,5. La britannica Bp ha più che raddoppiato l’utile industriale a 6,2 miliardi, ma ha dovuto spesare una perdita contabile di 29,29 miliardi, in gran parte dovuta alla decisione dell’azienda di vendere la sua partecipazione del 20% in Rosneft, il gigante petrolifero controllato dal Cremlino. Anche l’anglo-olandese Shell ha segnato utili quasi triplicati a 9,1 miliardi. Un balzo del 41% per i profitti è stato registrato anche da PetroChina, il colosso di Stato di Pechino. Quanto al gigante dei giganti, la saudita Aramco, il bilancio 2021 si era chiuso con profitti netti per 110 miliardi, più che raddoppiati dai 49 del 2020.
Ma gli utili sono solo una delle fonti di remunerazione degli investitori. Con la trimestrale, Bp ha deciso di aumentare a 2,5 miliardi i piani di buyback, il riacquisto di azioni proprie che consente di diminuire il numero di azioni in circolazione e quindi di aumentare i rendimenti per quelle restanti. Shell ha completato già 4 degli 8,5 miliardi del suo programma di riacquisto titoli del 2022. Tra dividendi e piani di riacquisto azionari, secondo i dati raccolti dall’agenzia Bloomberg, le due supermajor statunitensi ExxonMobil e Chevron quest’anno inonderanno gli investitori con un payout (la remunerazione delle azioni) totale pari a 50,3 miliardi, tra riacquisti di azioni proprie e dividendi. Exxon triplicherà a 30 miliardi di dollari il suo programma di buyback, Chevron a 10 miliardi entro fine anno. Le spese totali in conto capitale dei due giganti delle fonti fossili, ovvero gli investimenti per sostenere e aumentare il proprio business industriale, si fermeranno invece a 37,5 miliardi. La differenza di quasi 13 miliardi tra ritorno per gli azionisti e piani di sviluppo è la maggiore dal 2008, il periodo di massimo splendore di Big Oil. In effetti, negli ultimi 15 anni i due giganti del greggio a stelle e strisce hanno effettivamente fatto il contrario: per tre lustri le loro spese in conto capitale hanno superato i rendimenti pagati agli azionisti. L’inversione è un segnale rilevante: vista la pressione crescente degli investitori verso la transizione a fonti energetiche meno dannose per l’ambiente e il clima globali, le imprese fossili per eccellenza devono aumentare il rendimento del capitale per mantenere l’appeal delle proprie azioni nei confronti dei grandi fondi istituzionali.
I rialzi del greggio però non hanno portato fortuna a tutti: anzi, il boom del petrolio ha paradossalmente causato perdite per centinaia di milioni ad alcune delle aziende del settore. I giganti statunitensi dello shale oil, il petrolio estratto dal fracking delle rocce di scisto attraverso una delle attività più dannose per l’ambiente, sono zavorrati da miliardi di dollari di perdite finanziarie per chiudere le loro posizioni in derivati contro i rischi di ribasso del prezzo, aperte nei mesi seguenti alla pandemia. L’attività di estrazione attraverso il fracking è, infatti, assai complessa e costosa e le imprese del segmento riescono a restare sul mercato solo a determinati (ed elevati) livelli di prezzo del greggio: ecco perché si cautelano contro i ribassi con imponenti scommesse finanziarie che però, se le quotazioni superano alcune soglie, si rivelano troppo onerose da conservare. Secondo Bloomberg, entro il 2023 i produttori di shale oil dovranno affrontare perdite potenziali per 42 miliardi di dollari sui contratti di hedging (copertura dal rischio ribasso) dei prezzi di petrolio e gas. Chiudere queste scommesse costerà non l’intera cifra, ma comunque centinaia di milioni. La statunitense Hess a marzo ha già pagato 325 milioni per uscire da alcune delle sue coperture, più del doppio di quanto le era costato stipulare quei contratti sei mesi prima. Pioneer, che nel 2021 ha registrato perdite per 2 miliardi, ha speso 328 milioni di dollari per eliminare le sue coperture. Eog, con 2,8 miliardi di copertura delle perdite nel solo primo trimestre, ha pagato 85 milioni di dollari. Uscire da contratti pesanti è necessario ma potrebbe anche rivelarsi rischioso. Se i prezzi del petrolio scendessero e i produttori non si ricoprissero, subirebbero perdite miliardarie.
La questione è che il mercato globale del petrolio è in una fase incredibilmente “stretta”. Per calmierare i rialzi dei prezzi causati dalla guerra in Ucraina e dall’indisponibilità dell’Opec ad aumentare l’estrazione in modo veloce e adeguato (solo a giugno il cartello dei produttori aggiungerà appena 432 mila barili al giorno per ripristinare i tagli fatti nel 2020 durante la recessione pandemica), il 21 aprile l’amministrazione Biden ha annunciato il maggior rilascio di petrolio mai realizzato dalle riserve strategiche Usa. Washington immetterà sul mercato in media un milione di barili in più al giorno, ogni giorno, per i prossimi sei mesi. Molti analisti però si chiedono se la mossa basterà a evitare un ulteriore rincaro dei carburanti: nel 2021 gli Usa hanno importato l’8% del loro greggio e prodotti raffinati dalla Russia. L’8 marzo gli Stati Uniti hanno messo al bando tutte le importazioni di petrolio, gas e carbone da Mosca, mentre il Regno Unito prevede di eliminare gradualmente l’import di petrolio russo nel prossimo anno. Ma lo stop al greggio di Putin potrebbe scatenare ulteriori impennate dell’inflazione e spingere il mondo nell’incubo della stagflazione, la recessione con forti rincari dei prezzi. Un’eventualità che comincia a spaventare specialmente la Ue dove Germania e Italia, le due locomotive industriali, sono già alle prese con la contrazione della produzione. Uscire dai legami energetici con la Russia rischia di costare una crisi che distruggerebbe centinaia di migliaia di posti di lavoro. Dall’economia la questione passa nel campo della politica. Da qui i tentennamenti dell’Unione sul sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca. Uscire dalla dipendenza dall’energia russa non sarà facile né indolore ma, come nel caso del metano, la strada pare ormai decisa.

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