“Il riarmo è immorale. Con la pandemia sono cambiate le priorità”

“L’Ue doveva muoversi prima: siamo asserviti alla dittatura del profitto”

DI GIACOMO SALVINI, IL FATTO QUOTIDIANO, 14 APRILE 2022

Sentire parlare di spesa militare lo fa rabbrividire. Aumentare i fondi per gli armamenti “è antistorico e immorale”, sostiene don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera. Ed è proprio da prete di strada che chiede una via diplomatica per arrivare alla pace smettendo di parlare solo di armi. Ricordando anche che “le mafie traggono enormi profitti dalle situazioni di crisi o di guerra”.
Come si arriva al cessate il fuoco?
Non è rimasta altra via che il dialogo e il negoziato a oltranza, ammesso e non concesso che ci sia la volontà o almeno l’interesse di farlo. Me lo auguro di cuore perché il conflitto rischia di trasformarsi in una guerra di posizione molto lunga e con costi umani altissimi. È sempre meglio discutere che sparare.
L’Ue si è mossa inviando armi all’Ucraina. Cosa ne pensa?
Che poteva muoversi prima. L’Ue è stata troppo debole o condiscendente con tutte quelle forme di sovranismo e populismo che preparano il campo ad azioni di forza, dentro e fuori dai confini di uno Stato. Politiche della potenza e prepotenza incompatibili con l’assetto democratico che l’Europa ha voluto darsi dopo la Seconda guerra mondiale. Ma qui ha contato anche l’asservimento del mondo occidentale alla dittatura del profitto: per pure ragioni d’interesse economico sono stati siglati negli anni affari con nazioni che negano i diritti umani, sociali, civili.
Il governo italiano ha deciso di aumentare le spese militari. Qual è il suo parere?
Che passare da 68 a 104 milioni di spesa giornaliera in tempo di crisi economica è una scelta antistorica e immorale. Né può valere il richiamarsi all’accordo siglato nel 2014 dai Paesi della Nato. Gli accordi devono tenere conto della mutazione delle condizioni storiche e sociali, nonché della necessità, dopo la pandemia, di mutare la gerarchia delle priorità.
Si parla troppo di armi e poco di pace?
Non si parla di pace, perché la pace non è frutto di discorsi ma di concrete scelte e azioni politiche. Pace significa giustizia sociale e diritti fondamentali garantiti a ogni latitudine. Senza quella base la pace sarà sempre solo tregua, intervallo tra guerre.
Il papa ha definito uno “scandalo” il riarmo. È d’accordo?
Sì, il papa ha fatto bene a scuotere coscienze in troppi casi assopite, accomodanti o accomodate su presunte certezze. Del resto è quello, l’unico conflitto da alimentare: quello che scuote nell’intimo le nostre coscienze rendendoci vigili, presenti, partecipi. Nella consapevolezza che situazioni drammatiche come questa non ammettono scorciatoie: la soluzione va trovata costruendo le condizioni della pace, a partire da un unico imperativo morale: impedire che si continui a uccidere.
Potrebbe essere lui il mediatore?
Il papa cerca di esercitare il suo enorme ascendente morale, la sua indiscussa autorevolezza. Mi chiedo quanto questo possa influire su un quadro politico dominato dal principio amorale della forza e da quello cinico dell’utile. Ciononostante i suoi gesti continuano a scuotere le coscienze, come quello di scegliere che siano una donna ucraina e una russa, Irina e Albina, a portare la Croce nella Via Crucis.
Che conseguenze avrà la guerra sulla società?
Temo enormi. Socialmente si farà spazio l’idea che anche i conflitti sociali possano essere affrontati con la forza. Economicamente aumenterà il divario tra i pochi sempre più ricchi e i molti sempre più poveri.
Chi si interroga sulla complessità del conflitto viene tacciato di essere “putiniano”. Cosa ne pensa?
Complesse sono quelle situazioni in cui, qualunque scelta si faccia, se ne hanno simultaneamente vantaggi e svantaggi. Situazioni che interpellano drammaticamente le nostre coscienze perché mettono in crisi principi che ritenevamo assoluti. Una di queste riguarda l’invio di armi in Ucraina. Da un lato l’indiscutibile distinzione fra aggressore e aggredito deve indurci a garantire a quest’ultimo la possibilità di una legittima difesa. Dall’altro il dubbio che la fornitura di armi non faccia che prolungare il conflitto, rendendoci moralmente complici di altre morti. Questo significa interrogarsi sulla complessità, esattamente il contrario di una diserzione etica o di un limitarsi a puntare il dito dall’alto di comode certezze.

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