Draghi va a comprare gas ad Algeri (ma non basta)

Descalzi aveva già fatto tutto, ma il premier ha voluto la passerella:a regime arriveranno 9 miliardi di metri cubi in più, quest’anno meno della metà

DI MARCO PALOMBI, IL FATTO QUOTIDIANO, 12 APRILE 2022

Quel che c’era da fare l’aveva già fatto nelle scorse settimane l’ad di Eni Claudio Descalzi, lo stesso che nelle prossime settimane lavorerà sui dettagli tecnici: Mario Draghi, però, ha voluto essere lui il volto degli accordi con l’Algeria per aumentare le forniture di gas all’Italia e ieri si è presentato ad Algeri, accompagnato dai ministri Luigi Di Maio e Roberto Cingolani, per firmare un’intesa intergovernativa sull’energia (rinnovabili e idrogeno verde) col presidente Abdelmadjid Tebboune, del quale forse un giorno dirà “è un dittatore di cui si ha bisogno” come già del turco Erdogan. D’altra parte Tebboune, un pezzo dell’eterna oligarchia algerina, fu eletto nel 2019 in elezioni boicottate dall’opposizione (affluenza sotto al 40%) e guida un regime che reprime partiti politici, sindacati e società civile: è recente l’ulteriore stretta che ha portato alla condanna al carcere di Faleh Hannoudi, dirigente della Lega algerina per i diritti umani, reo di “offesa a organismi pubblici” e “diffusione di notizie false”. Particolare di colore: l’Algeria, alleata di Mosca, intrattiene un florido commercio d’armi con la Russia e si è rifiutata all’Onu di condannare l’invasione dell’Ucraina.
Però del gas algerino ora “si ha bisogno” e quindi si festeggia “la risposta significativa all’obiettivo strategico di ridurre la dipendenza dal gas russo”. Il Paese nordafricano è già – grazie ai 22,5 miliardi di metri cubi che via gasdotto hanno raggiunto Mazara del Vallo nel 2021 – il secondo fornitore di gas dell’Italia: era il primo finché, come Il Fatto ha raccontato ieri, negli anni 90 si decise che “Putin è più affidabile” (d’altra parte l’Europa aveva appoggiato nel 1992 un golpe in Algeria contro gli islamisti del Fis, cui seguì una decennale guerra civile).
L’accordo di lungo periodo stipulato ieri da Eni con l’omologa Sonatrach – con cui lavora dal 1981 – prevede di aumentare l’import “fino a 9 miliardi di metri cubi annui”. Per il governo avverrà entro il 2022, ma persino dentro al Cane a sei zampe ci sono forti perplessità: intanto il gasdotto Transmed che arriva in Sicilia dovrebbe viaggiare stabilmente alla sua potenza massima, ma soprattutto non è chiaro se l’Algeria – che l’anno scorso ha toccato il suo record di produzione a 102 miliardi di metri cubi (con domanda interna in rapido aumento) – disponga davvero di tutto quel gas fin d’ora. La tempistica, ovviamente, ha un peso di rilievo in questa vicenda.
Per capire bisogna allargare lo sguardo. Intanto il piano del governo italiano sulla sostituzione del gas russo è in realtà il piano industriale di Eni illustrato da Descalzi un mese fa: “Abbiamo trovato enormi quantità di gas da dirottare verso l’Italia: iniziamo gradualmente in estate. Il primo lotto sarà via tubo perché in Algeria e Libia possiamo aumentare la produzione dei progetti già avviati: tramite pipeline possiamo coprire tra 9 e 11 miliardi di metri cubi annui. Abbiamo poi il Gnl (in Egitto) che devieremo verso l’Europa e per il 2023-24 avremo il Gnl del Congo (5 miliardi) e del Mozambico (2-3)”. A questo vanno aggiunti il quasi irrilevante aumento della produzione nazionale e la quota italiana del Gln Usa in arrivo in Europa (ma c’è il problema della capacità dei rigassificatori, ad oggi inadeguata). Nel periodo indicato da Descalzi, cioè al 2024, significa recuperare all’ingrosso 20-25 miliardi di metri cubi sui 29 importati dalla Russia nel 2021.
E qui torniamo all’Algeria (che con la disastrata Libia dovrebbe garantirci 9-11 miliardi di metri cubi): il gas aggiuntivo rispetto a quello che già ci vende – nei primi 3 mesi dell’anno è il nostro primo fornitore – potrebbe arrivare in parte sottraendolo alla Spagna (con cui i rapporti sono tesi), in parte grazie al nuovo giacimento nell’area di Berkine Sud che, secondo i piani di Eni, inizierà a produrre a luglio. Entro il 2022, dicono al Fatto fonti vicine al dossier, si può pensare a un aumento di 3 miliardi di metri cubi, 5 essendo ottimisti, per andare a regime durante il 2023.
Una scansione temporale da non dimenticare se si parla di embargo immediato sul gas russo per far finire la guerra: secondo un report della Fondazione Mattei dell’Eni, nonostante maggiore import e risparmi energetici, il prossimo inverno mancherebbero tra i 9,5 e gli 11 miliardi di metri cubi di gas, sarebbe dunque necessario razionare l’energia sia per le case che per le fabbriche. Conclusione: “È un’eventualità da scongiurare con forza”.

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