Energia&C., mercati impazziti: ora una Bretton Woods solidale

La guerra può “dividere” Est e Ovest creando una nuova globalizzazione, ma il modello non deve per forza essere il ring commerciale: più cooperazione, meno finanza

Di GIULIANO GARAVINI, IL FATTO QUOTIDIANO, 4 APRILE 2022

I prezzi delle materie prime, in primo luogo quelli delle risorse energetiche, sono impazziti. L’inflazione è arrivata a toccare il livello più alto dalla fine degli anni 70, sia negli Stati Uniti che nelle principali economie europee. Il prezzo del petrolio è passato da negativo nel 2020 a superare abbondantemente i 100 dollari al barile nelle ultime settimane, quotazioni che non si vedevano dal 2014. Il prezzo del gas naturale in Europa è aumentato dallo scorso inverno di circa 10 volte. Il grano commerciato a Chicago è aumentato di oltre il 50 per cento dall’inizio della guerra. Il prezzo del litio, essenziale per la transizione alle rinnovabili, è aumentato del 1000 per cento dal gennaio 2020.
La guerra in Ucraina è parte della spiegazione. La Russia è tra i primi tre produttori al mondo di petrolio e il secondo produttore di gas naturale (dopo gli Stati Uniti). Russia e Ucraina assieme commerciano oltre il 30 per cento del grano esportato al mondo. Ma la guerra è solo il detonatore di una miscela esplosiva che si è accumulata almeno 50 anni fa.
Se si vuole un luogo e una data in cui il mercato del petrolio ha cominciato a sfuggire al controllo dell’oligopolio delle società multinazionali e poi dell’Opec, quel luogo è il Mare del Nord britannico: il Brent (una qualità di petrolio) ha cominciato a essere venduto prima sul mercato spot, poi dal 1988 con contratti “future”. Margaret Thatcher ha creato la provincia petrolifera più libera al mondo.
Come ci ricordano in un bel libro (The World for Sale, il mondo in vendita) Javier Blas e Jack Farchy, il commercio delle commodities, anche grazie all’apertura dei vasti territori dell’ex Unione Sovietica, è oggi gestito da un numero ridotto di attori. Nomi che pochi conoscono come Cargill, Glencore, Trafigura, Vitol.
Glencore commercia un terzo del cobalto mondiale. I cinque più grandi trader vendono un quarto del petrolio mondiale. I sette maggiori trader agricoli commerciano la metà del grano prodotto nel mondo. Pur avendo generato profitti record nel 2021 (Vitol con 300 impiegati ha dichiarato un utile netto di 4 miliardi di dollari), i trader europei hanno chiesto nei giorni passati aiuto alle banche centrali visto che i loro finanziatori non vogliono più esporsi per le enormi somme oggi necessarie a comprare materie prime e coprirsi dal rischio.
Oltre alla guerra, e all’instabilità prodotta dai mercati finanziari, ci sono ragioni strutturali a spingere al rialzo i prezzi. Isabel Schnabel, del Comitato esecutivo Bce, parla di “climate-flation” (dovuta all’impatto dei disastri naturali), di “fossil-flation” (dovuta all’aumento dei prezzi dell’energia) e di “green-flation” (dovuta all’aumento dei prezzi delle materie prime legate alle tecnologie verdi).
Questi impulsi inflattivi hanno un impatto duro sui consumatori dei Paesi ricchi e uno ancor più pesante sui consumatori di Paesi come l’Egitto, che importano beni agricoli come il grano, per poi rivenderli ai propri cittadini a prezzo calmierato. L’effetto sarebbe ancor più pesante se queste pressioni inflazionistiche portassero al rialzo dei tassi di interesse che, oltre a minare la crescita negli Usa e nell’Ue, aumenterebbe il fardello del debito per i Paesi in via di sviluppo. I Paesi classificati come “emergenti” e “poveri” sono già oggi indebitati ai livelli più alti da 50 anni a questa parte, per cifre pari al 250 per cento delle loro entrate governative.
La crisi energetica e l’impazzimento delle catene del valore ha spinto alcuni a parlare di “nuova globalizzazione”, di “de-globalizzazione”, o di un “disaccoppiamento” tra mondo occidentale ed economie asiatiche. Ha scritto Larry Fink di BlackRock, il più grande fondo di gestione al mondo (10mila miliardi di dollari di assets): “Mentre ci si concentra sulla dipendenza dall’energia russa, le aziende e i governi guarderanno più in generale alla loro dipendenza dalle altre nazioni. Questo potrebbe portare le imprese a rilocalizzare una quota sempre maggiore delle loro operazioni, col risultato di farle uscire ancora più rapidamente da alcuni Paesi”.
Il paradigma di questi “disaccoppiamenti” potrebbe essere rappresentato dal rapporto sempre più stretto, sia sul fronte energetico che su quello finanziario, tra Russia e Cina. Ma è difficile pensare a un disaccoppiamento cinese dal mondo occidentale visto che il 59 per cento delle riserve mondiali è denominato in dollari, il 20 in euro e solo il 3 per cento in renminbi cinese. Inoltre l’economia di Pechino è assai legata a quelle occidentali che costituiscono il maggior mercato al mondo: il Pil cumulato di Stati Uniti e Ue è il doppio di quello cinese.
Un cambiamento innescato dalla crisi energetica riguarda la rivalutazione del ruolo dello Stato. L’impennata delle bollette energetiche ha mostrato che il libero mercato dell’energia Ue è stato fallimentare sul fronte dei prezzi, della sicurezza e della “decarbonizzazione”. Nei recenti Consigli europei affiorano concetti che suonavano come anatemi fino al 2021: prezzi controllati per il gas naturale; centrali di acquisto comuni per risorse energetiche; tassazione degli extra-profitti delle imprese. Non è chiaro però come gli Stati europei possano realizzare questi obiettivi senza il controllo diretto delle aziende energetiche che dovrebbe mettere in pratica le direttive.
Non si parla, invece, della possibilità di promuovere una maggiore cooperazione internazionale per far fronte agli effetti dirompenti della guerra economica contro la decima economia al mondo, nonché alla crisi delle materie prime. All’indomani dello “shock petrolifero” del 1973 i Paesi Opec si allearono con gli altri Paesi in via di sviluppo facendo approvare nel 1974 una risoluzione Onu per un “Nuovo ordine economico internazionale”. L’idea era riformare l’ordine “liberale” di Bretton Woods, per favorire la creazione di un nuovo assetto il cui perno sarebbe stato la realizzazione di un Fondo comune per le materie prime che ne stabilizzasse i prezzi e garantisse una redistribuzione del reddito verso i Paesi più poveri.
Se una qualche dose di “de-globalizzazione” sarà inevitabile per rafforzare l’autonomia tecnologica ed energetica, non è scontato che ciò debba tradursi in una spietata competizione economica tra “mondo libero” e “mondo non libero” per l’accaparramento di risorse strategiche, o in nuove forme di colonizzazione per garantirsi la sicurezza degli approvvigionamenti.
Produttori e consumatori di materie prime potrebbero negoziare prezzi stabili ed equi, e stoccaggi comuni da utilizzare in momenti di crisi. In questa cooperazione dovrebbero giocare un ruolo centrale le imprese pubbliche che, rispondendo alle direttive dei propri governi, siano in grado di marginalizzare gli intermediari finanziari che nell’instabilità dei prezzi vedono un’occasione di profitto.

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